La gestione delle scelte vegane o vegetariane in caso di separazione

Separazione— di Carlo Prisco, avvocato civilista a Milano e dottore di ricerca in filosofia del diritto, autore del libro Il diritto al vegetarismo

Lo scioglimento di una coppia rappresenta spesso un momento critico per le due persone coinvolte, ma ancora più critica diventa la gestione del cambiamento in presenza di figli, dentro o fuori dal matrimonio.

È innegabile che talune differenze, più di altre, possano influenzare il rapporto di coppia, magari provocando perfino conflitti circa l’educazione della prole: negli ultimi anni, con l’aumento di persone che hanno abbracciato la scelta alimentare vegetariana o vegana, sono conseguentemente aumentate anche le controversie all’interno delle famiglie nelle quali uno soltanto dei genitori pratica il vegetarismo.

Normalmente i genitori addivengono a una decisione in base alle reciproche disponibilità: quella del vegetariano/vegano a mettere da parte le proprie istanze etiche, oppure quella dell’onnivoro ad accettare le idee dell’altro. I problemi normalmente sorgono allorché la coppia decide di separarsi: in questo caso le questioni più controverse non si verificano tanto nella prima ipotesi (figli onnivori), quanto nella seconda (figli vegetariani o vegani). Una volta venuto meno il precario equilibrio tra le contrapposte volontà dei genitori, basato sulla cessione di uno rispetto alle istanze dell’altro, anche la questione alimentare dei figli può diventare facilmente terreno di scontro.

Sebbene per un vegano mediamente informato sia chiaro che questa scelta alimentare rappresenti un vantaggio per la salute dei figli, la predominanza culturale del modello onnivoro preclude perfino l’istanza di una modifica in tal senso dopo la separazione, ove prima si fosse adottata la dieta onnivora. Per contro, non è infrequente il caso contrario, cioè quello del genitore onnivoro che, pur avendo acconsentito durante il matrimonio a che la prole fosse vegana, dopo la separazione ne lamenta l’inadeguatezza, rivendicando la necessità di un regime onnivoro.

Se è vero che sui genitori grava il dovere, ma anche il diritto, di educare la prole secondo le proprie istanze etiche e morali, è pur vero che quando i genitori non riescono ad accordarsi spetta al giudice decidere.

Usualmente il genitore onnivoro deduce la pericolosità per la salute della prole dell’alimentazione vegetariana o vegana, mirando in tal modo o a conseguire una pronuncia favorevole alla sua scelta alimentare, o addirittura l’affido esclusivo.

Ai sensi dell’articolo 330 del codice civile il genitore che abbia violato o trascurato i propri doveri determinando un grave pregiudizio del figlio può veder decadere la propria responsabilità genitoriale: tale circostanza, come è evidente, si basa sul preventivo accertamento circa la reale sussistenza del pregiudizio. La problematicità nell’applicazione concreta di tale istituto è emersa in quei casi in cui, pur a fronte di malattie o stati patologici del minore, il tribunale ha ritenuto che la causa fosse – sic et simpliciter – ascrivibile alla scelta alimentare vegetariana o vegana. Così è accaduto nel 1999 a Milano in un caso che all’epoca destò notevole scalpore anche mediatico, quando la piccola Chiara, ricoverata in ospedale per problemi di salute, venne affidata ai servizi sociali e la sua dieta vegetariana trasformata in onnivora, ritenendo che proprio questa fosse la causa del malessere.

Il rigore della prova sotteso all’articolo 330 c.c., che pure, come si è visto, nell’applicazione pratica non è esente da criticità, viene ulteriormente affievolito nell’ipotesi dell’art. 333 c.c., che contempla non già la decadenza assoluta, bensì la semplice limitazione della responsabilità genitoriale nei casi in cui la condotta riprovata sia di minore gravità rispetto all’ipotesi precedente. È sicuramente questo, nell’esperienza che ho potuto accumulare in questi anni, l’istituto che trova maggiore applicazione nei casi di conflitto tra genitori onnivori e vegetariani/vegani.

Spesso sia il giudice che il suo consulente tecnico (medico e/o nutrizionista) non hanno competenze specifiche in relazione all’alimentazione non onnivora.

Il principale rischio in questo genere di cause risiede nelle profonde lacune tuttora diffuse attorno all’argomento: spesso sia il giudice chiamato a decidere che il suo consulente tecnico (medico e/o nutrizionista) non hanno informazioni né competenze specifiche in relazione all’alimentazione non onnivora. Ancora più critica si rivela la difesa processuale allorché anche l’avvocato difensore di mostri di non conoscere l’argomento: mi è capitato spesso di ascoltare le doglianze di persone che si erano sentite messe alla gogna perfino dal proprio difensore di fiducia, magari finendo per desistere da qualsiasi istanza alimentare, per non vedersi addirittura sottratta la responsabilità genitoriale.

I dati della scienza ufficiale sono più che sufficienti per argomentare vittoriosamente in tribunale a favore di un’alimentazione vegana

A mio parere ormai i dati della scienza ufficiale sono più che sufficienti per argomentare vittoriosamente in tribunale a favore di un’alimentazione vegana dal punto di vista della salute, ed è proprio per questo motivo che la mia raccomandazione è sempre quella di non affrontare la questione “giocando in difesa”, bensì “osando” mettere in discussione i fondamenti dell’alimentazione onnivora, fino a raggiungere la prova che in realtà la pericolosità per la salute del minore sia molto superiore in quest’ultimo caso.

Per quei genitori vegetariani o vegani che dovessero trovarsi in una delle situazioni sopradescritte il miglior consiglio, mutuato dall’esperienza che ho accumulato in proposito, è in primo luogo quello di affidarsi a legali e consulenti tecnici esperti della materia, e di utilizzarne le competenze per dimostrare in modo scientifico e inoppugnabile le proprie ragioni nelle aule di tribunale. Per quanto possa apparire complicato, in realtà la natura stessa dell’ordinamento processuale e il vincolo del giudice di pronunciarsi (soltanto) in base a ciò che è stato provato all’interno del procedimento rendono assai più semplice conseguire il risultato in quella sede, ove la prova scientifica rigorosa depone decisamente contro la dieta onnivora, specialmente, poi, allorché basata sull’utilizzo di merendine, snack, zuccheri raffinati, carni rosse, salumi, e povera di frutta e verdura, come normalmente avviene specie nell’alimentazione dei bambini.

Carlo Prisco
Carlo Prisco si è laureato nel 2003 presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, dove ha collaborato in qualità di cultore della materia (assistente) di Informatica giuridica e di docente nei corsi di formazione e specializzazione per avvocati. Nel 2008 ha conseguito l’abilitazione della professione forense a Milano, dove esercita come avvocato civilista. Nel 2013 ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze giuridiche presso l’Università Statale di Milano Bicocca con la tesi “I diritti animali. Analisi e nuove prospettive dell’alimentazione umana”. Collabora con le riviste «Diritto all’Ambiente», «Impronte» e «Non Credo», nonché con i siti Stile Naturale e Veg Hip, facendo divulgazione in materia di diritto, etica, animalismo, vegetarismo ed ecologia. Dal 2000 è vegetariano, poi vegano. Presta opera di volontariato quale attivista e consulente legale per associazioni che promuovono il rispetto di ambiente, umani e non umani. È autore del libro “Il diritto al vegetarismo” (Aracne editrice, 2014).

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